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Cultura: l'urlo degli uomini in faccia al loro destino (A. Camus)

“Chi è che non vorrebbe girare un film a Parigi”? INTERVISTA a Mattia Riccio, regista

“Chi è che non vorrebbe girare un film a Parigi”?  INTERVISTA a Mattia Riccio, regista

___ di Giulia Simeone

La pandemia ha inciso negativamente su ogni settore della vita sociale e chi più chi meno ha dovuto fare i conti con una realtà nuova: abitudini profondamente diverse e restrizioni imposte alle più comuni e scontate convenzioni di convivenza sociale che, di certo, non hanno aiutato quei settori dove la socialità e i contatti diretti tra individui costituiscono la base portante.  

Tra le categorie che più di tutte hanno risentito di questa crisi, ritroviamo i giovani lavoratori dello spettacolo. Quanto è difficile, infatti, per un giovane trovare lavoro e allo stesso tempo realizzarsi facendo ciò che ama e che l’appassiona più di ogni altra cosa? Quanto coraggio ci vuole per seguire i propri sogni e le proprie aspirazioni in un mondo dove tutto si fonda sul calcolo utilitaristico che smuove il profitto, piuttosto che sulle reali inclinazioni dell’individuo guidato da creatività e tanta voglia di fare? 

Sono molteplici gli ostacoli che si incontrano lungo il cammino e tanti i sacrifici, ma con la determinazione si può davvero sperare di raggiungere gli obiettivi prefissati. Nonostante le circostanze avverse, infatti, numerosi sono i giovani che si mettono in gioco e che cercano di realizzare i propri sogni con le unghie e con i denti riuscendo a fare della passione per l’arte il motore della loro vita. E’ proprio il caso di Mattia Riccio (nella foto), giovane e promettente regista romano, che partendo da zero è riuscito a farsi strada nel mondo del cinema e della televisione con dedizione e fortissima motivazione. 

Quando e perché hai deciso di intraprendere questo percorso? Da dove nasce la tua passione per il cinema?

Mi sono avvicinato al mondo del cinema grazie alla passione che ho da sempre per il montaggio e la post produzione. Iniziai a sedici anni circa. Montavo qualsiasi cosa mi capitasse tra le mani per il solo gusto di farlo, ma soprattutto per dare libero sfogo alla mia creatività.

Nel 2014 ho deciso di farne una professione, così ho frequentato un’accademia di Filmmaker a Roma proprio per approfondire gli studi e specializzarmi. Durante le lezioni, mi rendevo conto sempre di più che ciò che mettevo in atto non era solo semplice montaggio, ma una vera e propria regia. In fin dei conti, il montaggio stesso può essere considerato come una seconda regia.

Hai già lavorato a numerosi progetti: ce n’è uno in particolare a cui tieni di più e  se sì perché?

In genere il progetto a cui tengo di più è sempre l’ultimo perché credo che rappresenti la netta evoluzione di ciò che ho realizzato prima sia in termini tecnici che artistici. In realtà, ogni lavoro a cui ho preso parte ha contribuito alla mia crescita artistica e professionale.

C’è un cortometraggio che hai trovato più impegnativo da girare e perché?

Sicuramente i primi a causa probabilmente dell’inesperienza e dell’incapacità iniziale di far fronte ad un’industria così spietata e complicata come quella del cinema.

Come regista avrai, di certo, un tuo punto di riferimento artistico, una tua fonte di ispirazione

In realtà non ho un regista di riferimento, cerco di apprendere un po’ da tutto ciò che guardo e di farlo mio. Tra i registi che stimo di più, almeno nel contesto italiano, c’é sicuramente Stefano Sollima, uno dei pochi che negli ultimi anni ha avuto il coraggio e l’ambizione di imporsi nel nostro panorama con un linguaggio moderno, brillante e internazionale portando il nostro cinema a livelli mai visti prima.

C’é un film che ti ha particolarmente influenzato?

Anche qui, credo di non avere un vero e proprio film di riferimento, o meglio, il mio linguaggio artistico è costantemente influenzato da serie tv, film e videogiochi di genere thriller in generale. Essendo una persona estremamente curiosa per natura, adoro tutto ciò che è criptico, non spiegato, che lascia libera interpretazione alla nostra indagine personale.

Nonostante mi reputi un individuo più che sereno, sono terribilmente affascinato dall’aspetto cupo delle storie, dall’inesplorato e soprattutto dall’imprevedibilità in tutto il suo splendore. Come diceva Hitchcock, mi piace pensare che il cinema sia un gioco tra regista, film e pubblico. Ogni volta che scrivo, infatti, cerco di immedesimarmi nello spettatore, nella reazione che potrebbe avere disseminando, di tanto in tanto, qualche trappola! I film che hanno contribuito alla mia crescita artistica sono molti e diversi tra loro, per citarne alcuni: “Mystic River” di Clint Eastwood, “The Witch” di Robert Eggers, “Prisoners” di Denis Villenevue, “Gone Baby Gone” di Ben Affleck, “Mulholland Drive” di David Lynch, “Animali Notturni” di Tom Ford, “The Village” e “Il Sesto senso” di M. Night Shyamalan, “Wind River” di Taylor Sheridan, “The Killing” (serie tv AMC) e tanti tanti altri!

Da promettente giovane regista in una realtà come la nostra, quanto credi sia cambiato l’approccio alla cinematografia italiana se pensiamo agli anni de “La dolce vita” di Fellini o al Neorealismo di Vittorio De Sica?

Credo che l’approccio alla cinematografia italiana, cosi come nel resto del mondo, sia cambiato definitivamente con l’avvento del digitale. Un mezzo che ha accelerato, rivoluzionato e facilitato l’approccio stesso, ma soprattutto concesso, a chi come me non è figlio d’arte, di avvicinarsi a questo mondo partendo con pochi mezzi, ma efficaci.

Ha ancora senso parlare di Cinecittà? Un tempo era avvolta da un certo alone di mito e prestigio, aspetti che forse oggi sembrano essersi oscurati col tempo. Cosa ne pensi?

Cinecittà, come l’intera industria cinematografica italiana, secondo me paga ancora oggi l’enorme crisi che attraversò il nostro cinema negli anni 80’, da cui probabilmente non si è più ripresa. Non avrà certamente il prestigio di una volta, ma per la sua storia sono convinto che rimarrà sempre un punto di riferimento.

Rispetto alla Francia che investe molto sull’arte e sulla cultura in generale, credi  che in Italia vi siano delle mancanze in questo senso? Basti pensare ad esperienze quali quella del Cinema America trasteverino e le iniziative culturali riguardanti le arene all’aperto. Sembrano verificarsi piuttosto spesso battute d’arresto quando si tratta di investire sulla cultura e l’arte.

Purtroppo si! E’ piuttosto evidente che negli ultimi anni il cinema straniero, come ad esempio quello francese, spagnolo, tedesco, inglese (per citarne solo alcuni), sia andato molto più avanti rispetto a quello italiano arrivando persino a sfiorare gli standard invidiabili delle produzioni americane. L’Italia si professa promotrice di arte e cultura, ma, alla realtà dei fatti, investe ben poco in merito, soprattutto nell’industria cinematografica. Questo si vede tanto basti pensare alla povertà del nostro catalogo nelle piattaforme streaming internazionali, e soprattutto, alla qualità dell’offerta. E poi, diciamocelo, quei pochi finanziamenti che arrivano, circolano sempre negli stessi corridoi!

Con il Covid poi di certo la situazione è peggiorata. A tal proposito, quanto la pandemia ha inciso sul tuo lavoro così come sul cinema e i lavoratori dello spettacolo in generale? È importante dare una testimonianza diretta di quanto gli ultimi due anni abbiano davvero colpito fortemente questo settore.

Sì, il settore del cinema è stato sicuramente tra i più colpiti, ma si è ripreso velocemente. Personalmente ho passato la quarantena scrivendo sceneggiature, guardando film fino allo sfinimento e riflettendo sul mio percorso lavorativo. Dedicarmi alla scrittura mi dava la sensazione di non perdere tempo e soprattutto di continuare a costruire il mio futuro anche in un momento in cui non potevo.

Da quanto tempo hai ripreso finalmente a lavorare? Puoi anticiparci qualcosa dei tuoi nuovi progetti sempre in continua evoluzione?

Dal punto di vista operativo sono stato fermo qualche mese e ho ripreso a lavorare da Gennaio 2021 realizzando un videoclip musicale per la Warner Music Italy. Attualmente sono impegnato nella post produzione di “Yuria” e nella pre produzione della sua serie tv.

Yuria, nato da un’idea di Gianni Rosato, è un mediometraggio di 40 minuti scritto e diretto da me e interamente finanziato dal comune di Curinga (CZ) che fa da apripista ad una serie tv di cui ancora non possiamo svelare il nome. La serie verrà prodotta nella seconda  metà del 2022 e ci vorrà un po’ di tempo prima di poterla vedere in azione, ma noi siamo già molto carichi e ogni giorno lavoriamo duramente per la sua realizzazione.

La storia, ambientata in Calabria, più precisamente nei meandri di Curinga, racconta la vicenda di Yuria Greco, una suora scomparsa in circostanze misteriose poco prima della morte di un monsignore. Ad indagare sul caso, la Chiesa invia Fra Ludovico, fidato e cinico prete investigatore interpretato dallo stesso Rosato.

Oltre alla postproduzione di Yuria, attualmente sto lavorando al canale LA7 come regista nella sezione news, mi occupo del telegiornale.

Yuria

Una tua opinione sul cinema francese: hai mai pensato, in futuro, di girare a Parigi?

La domanda che mi sorge spontanea piuttosto è…: Chi è che non vorrebbe girare a Parigi”?! Il cinema francese, partendo sempre dal mio genere di riferimento, ha un fascino inestimabile. I tempi prolissi tipici della sua narrativa, la sua palette grigia e malinconica, la sua capacità di trascinare lo spettatore lentamente nella propria realtà, al contrario di come sostengono molti, li ho sempre trovati dei punti a favore.

Il fruitore medio di oggi, essendo abituato ad un tipo di narrativa commerciale piuttosto veloce, inconsapevolmente è alla continua ricerca di stimoli sonori, visivi, e di tutto ciò che possa mantenere viva la propria attenzione. Come si dice, la verità sta sempre in mezzo, ma io credo molto nelle pause. Ogni tanto fa bene soffermarsi a riflettere! Anche qui, sono molti i film che hanno influenzato il mio percorso, per citarne alcuni: “I fiumi di porpora” di Mathieu Kassovitz, “Profumo” di Tom Tykwer, “L’impero dei lupi” di Chris Nahon, “Les Revenant” (serie tv), “La Foret” (serie tv), “Black Spot” (serie tv), e tanti altri!

Hai un genere di film preferito con il quale ti piacerebbe cimentarti un giorno e perché?

Il mio primo film, come avrete sicuramente capito, sarà un thriller. Credo che appartenga  ad uno di quei generi che mi consentono di esprimere al massimo la mia arte.

Che consiglio daresti a un giovane che vuole intraprendere questa carriera, con tutte le difficoltà che ne derivano?

Non farlo! A parte gli scherzi, il cinema, almeno per chi come me è partito senza raccomandazioni o particolari conoscenze, è un percorso piuttosto lungo e complicato. Richiede tanti sacrifici, pazienza, dedizione e, perché no, anche un appoggio economico iniziale. Non è una professione in cui ci si può improvvisare o realizzare nel breve termine, anzi, richiede anni e anni di gavetta, perciò se non si ha la giusta mentalità, si fa presto a mollare, perché le delusioni e le porte chiuse in faccia sono sempre dietro l’angolo, così come anche le soddisfazioni. L’importante è non adagiarsi mai sugli allori e avere sempre il piede sull’acceleratore!

Come possiamo rimanere informati sull’uscita dei tuoi ultimi lavori e quali idee vorresti realizzare nel futuro?

Sui miei social in genere sono molto attivo. Mi trovate su Instagram come @ricciomattia e su Facebook con il mio nome completo (Mattia Riccio). Per tutti gli aggiornamenti potete seguirmi lì! Il mio prossimo lavoro in uscita sarà Yuria, e potrete vederlo in streaming tv a partire dal prossimo autunno. Le piattaforme di riferimento e la sua presentazione al pubblico verranno annunciate prossimamente tramite un comunicato stampa ufficiale.

Nel frattempo, vi ringrazio per la chiacchierata!

Foto delle riprese e backstage

(Yuria, Prima che diventi buio, L’ultimo Ninja, Il Secchio, I bravi amici)

Yuria
Yuria
Prima che diventi buio
L’Ultimo Ninja
Il Secchio
I bravi amici

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