Khalvatdi Lorenzo Foltran_ RECENSIONE
____ di Chiara Sagheddu
Khalvat
di Lorenzo Foltran
Khalvat è il titolo della terza raccolta poetica nata dalla passione per la letteratura di Lorenzo Foltran – giovane poeta romano – che da anni ormai affida alla penna le proprie meditazioni, presentandosi come una voce fresca e potente nel nuovo panorama poetico contemporaneo.
Pubblicata da Graphe Edizioni il 26 ottobre scorso, Khalvat è consigliata a chi sente la necessità di un intimo raccoglimento interiore e di una riflessione, al contempo, individuale e
universale. La scelta del titolo è il primo indizio del modus operandi dell’autore: evidente la cura del dettaglio e l’attenzione stilistica, nonché la sapiente padronanza della metrica e, più nello specifico, dell’endecasillabo. Il termine è persiano, derivante dalla tradizione sufi, ed evoca l’idea di un percorso interiore che il poeta intende tracciare, passo dopo passo, tra le sue liriche.
La raccolta prevede una struttura tripartita.
La prima sezione, L’una il nume dell’altro, vede protagonisti due amanti che, sulla cornice di scene di vita quotidiana, si fondono in una solitudine idilliaca, dove il loro amore si fa Verbo, santificato dall’unione dei corpi che, mai sazi l’uno dell’altro, si cercano, si vivono e si adorano, come il fedele adora il Divino. Il focolare è un tempio, in cui l’idillio è promessa di eternità. L’eternità sia il nostro oggi per sempre.
Purtroppo, però, l’eternità non è concessa ai due amanti, che vengono bruscamente catapultati
nel mondo reale, dove il tempo è insieme sentenza e condanna, giudice e boia.
La seconda sezione, Economia reale, fa precipitare il lettore “da cielo a terra, piano dopo piano”. L’isolamento ideale lascia spazio alla brutalità della vita mondana, il lessico religioso cede il passo al lessico economico, di consumo. Il lettore avverte la nostalgia di ciò che è stato e l’impossibilità del ritorno. La coppia si sgretola, coccio dopo coccio. La luce si è spenta, ora solo buio:
Le luci artificiali sono tenebre
che velano e poi eclissano l’abbraccio
di due amanti mortali che credevano
un istante d’aver visto il contorno
della loro figura tra le stelle.
L’ultima sezione, Naufrago in piscina, concede al lettore uno spazio di riflessione individuale. Qui l’atmosfera si fa cupa e l’isolamento tanto desiderato con la persona amata si tramuta in solitudine individuale forzata. Il moto incessante delle onde rievoca la ridondanza meditativa che caratterizza
questa terza sezione. Il poeta naufraga tra i propri pensieri, prigioniero tra i bordi di una piscina, che
diventa recinto di un io lirico spezzato, fatto ormai di cocci.
Khalvat è un viaggio alla ricerca della ricostruzione dell’io, frantumato da un amore concesso e poi negato, scosso dall’impatto con un mondo reale troppo avido e dal fioco baluginio di un passato ormai lontano, destinato a non essere più.
Ombra, mi aggirerò tra le vestigia
e, serrato l’accesso a ciò che resta,
erigerò di pietra un monumento,
monito per chi vive tra due mondi.