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Cultura: l'urlo degli uomini in faccia al loro destino (A. Camus)

“Un nuovo media non uccide mai un vecchio media”_ Intervista a Marco Marangio, giornalista e autore del libro “In social stat virus”

“Un nuovo media non uccide mai un vecchio media”_ Intervista a Marco Marangio, giornalista e autore del libro “In social stat virus”

___ di M.R

La pandemia ci affligge da più di un anno e mezzo costringendoci a vivere una realtà differente da quella alla quale eravamo abituati. Una realtà in cui il digitale concretizza la sua avanzata ponendosi come soggetto indispensabile per il mantenimento delle relazioni sociali. Se prima, forse, se ne poteva fare a meno, ora non più: siamo entrati in una nuova era maggiormente interconnessa dal punto di vista virtuale e sempre più propensa all’individualismo.

Un processo evolutivo questo, a cui la comunicazione politica non poteva, di certo, sottrarsi. La necessità di riflettere analiticamente su questa evoluzione comunicativa ha spinto Marco Marangio (nella foto), giornalista e scrittore salentino esperto di comunicazione, alla stesura del saggio In social stat virus pubblicato, non poteva essere altrimenti, in formato digitale dalla casa editrice Delos Digital.

Ciò che mi ha spinto a portare avanti questo tipo di analisi- spiega l’autore– è stato il primo discorso di Giuseppe Conte con il quale l’Ex-Presidente annunciava, con grande fervore comunicativo, la quarantena nazionale che avrebbe poi dato il via, pochi giorni dopo, alle chiusure di tutti gli altri Paesi europei. Mi resi subito conto che il discorso di Conte era stato trasmesso, in prima battuta, non in televisione, bensì tramite una diretta streaming su Facebook. Ho subito compreso, da quel momento, che la comunicazione politica stava cambiando rotta”.

L’autore distingue tre momenti salienti dell’emergenza pandemica: l’anarchia narrativa iniziale, dominata dalle fake news, la narrazione istituzionale, nel corso della quale si assiste ad un’evoluzione dell’approccio comunicativo da parte degli organi di rappresentanza, e la narrazione collettiva in cui l’individualità lascia spazio alla comunità.

L’infodemia, intesa come circolazione di una quantità eccessiva di informazioni spesso non vagliate con accuratezza che rendono difficile l’orientamento su una specifica tematica, ha preso sempre più piede nel contesto contemporaneo acquisendo un ruolo preponderante a partire dai primi mesi di diffusione della pandemia.

Nel migliore dei mondi possibili- afferma lo scrittore– dovremmo essere noi a tutelarci dalle notizie non veritiere. Il problema è che questo non avviene perché in momenti critici gli utenti medi tendono a farsi prendere dalle emozioni. Falsando il processo cognitivo, si pubblicano post con informazioni che non dovrebbero essere pubblicate. Per tali motivi, i social restano ancora una zona grigia. Cosa succederebbe, infatti, se un giorno Facebook decidesse di bloccare utenti che non dovrebbero essere bloccati”?

Un quesito, questo, che lascia la strada aperta a riflessioni riguardanti la necessità di creare una vera e propria educazione civica digitale grazie alla quale “il social” possa acquisire le sembianze di uno spazio sociale e politico nel quale agire seguendo delle regole democratiche che permettano la coesistenza pacifica e che rendano questo territorio uno spazio in cui ognuno sia capace di autolimitarsi e di rispettare l’altro.

Da dicembre 2020, mese di uscita del libro, la narrazione della pandemia è molto cambiata secondo l’autore. “Con l’avvento di Draghi si è arrestata la comunicazione sociale che il governo Conte aveva messo in piedi. I cittadini non hanno più un contatto diretto e questo evidenzia ancora di più il distacco con la classe dirigente. E’ cambiato l’asset e si è spezzato il filo comunicativo tra le istituzioni e il popolo”.

A cambiare è anche la comunicazione televisiva che si libera, seppur a piccoli passi, da tutta una produzione di poca qualità nella quale le urla hanno la meglio sulle argomentazioni e la competenza.

Su quest’aspetto Marangio afferma: “La mancanza di pubblico negli studi televisivi ha, per forza di cose, messo in discussione il format precedente. Da una parte, ha migliorato i contenuti di alcuni programmi, dall’altra, invece, la mancanza di pubblico ha generato, in alcuni casi, contenuti finalizzati a ricercare il becero sensazionalismo”.

La pandemia ha, inoltre, posto l’accento su una tematica di cui si discute già da tempo, ma che ora ha acquisito una veridicità sostanziale, ossia il rapporto tra old media e nuovi media. “Un nuovo media non uccide mai un vecchio media”, – ci dice il giornalista- per cui i vecchi giornali resteranno, ma magari trasformeranno, come già stanno facendo, i loro contenuti virandoli verso un approccio più investigativo e dettagliato. I nuovi giornali on-line, invece, si dedicheranno soprattutto alla diffusione di notizie immediate, senza tralasciare gli approfondimenti per un pubblico più mirato. Ci sarà quindi, a mio avviso, una vera e propria integrazione tra i due tipi di media”.

Una profezia quella di Marangio che diventa sempre più realistica.  

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